domenica 12 maggio 2013

DI CHI E’ LA COLPA?


 
[…] – Non son venuta, Ambrogio, per nessuna delle cose che hai detto – rispose Marcella – ; vengo a difendermi, e a far comprendere quanto siano assurdi tutti coloro che m’incolpano delle loro pene e della morte di Crisostomo; e perciò vi prego, tutti quanti qui siete, di ascoltarmi attentamente: che non vi vorrà molto tempo, ne molte parole da spendere per spiegare una verità a persone intelligenti. Il cielo, stando a quel che voi dite, mi fece bella, e in tal modo che, senza poter fare altrimenti, la mia bellezza vi spinge ad amarmi, e per l’amore che mi mostrate, dite, e arrivate persino a pretendere, che io sia obbligata ad amarvi . Io riconosco, per la naturale intelligenza che Dio mi ha dato, che tutto ciò che è bello è amabile; ma non arrivo a comprendere come ciò che viene amato in quanto bello, per il solo fatto di essere amato, sia obbligato a amare chi lo ama. Tanto più che potrebbe accadere che l’amante del bello sia brutto, ed essendo il brutto degno d’essere aborrito, sarebbe illogico dire: «Ti amo perché sei bella: e tu perciò devi amarmi benché io sia brutto». Ma, facciamo anche il caso che esista una parità in fatto di bellezza, non per questo vi sarà una parità di desideri, poiché non tutte le bellezze innamorano: ve ne sono di quelle che rallegrano la vista ma non avvincono il sentimento; che se tutte quante le bellezze facessero innamorare e avvincessero, sarebbe una confusione e un continuo fuorviarsi dei sentimenti, non sapendo dove posare; perché, essendo infiniti gli oggetti della bellezza, infiniti verrebbero a essere gli oggetti dei desideri. E secondo quel che io ho sentito dire, il vero amore non si divide, e dev’essere spontaneo e non forzato. Essendo così, com’io credo che sia, perché volete che io pieghi per forza la mia volontà, da niente altro obbligata che dal fatto che voi dite di amarmi? E se no, ditemi: se così come il cielo mi fece bella mi avesse fatta brutta, sarebbe giusto che io mi lamentassi di voi perché non mi amereste? Dovete inoltre considerare che non sono stata io a scegliermi la bellezza che ho: così com’è, me l’ha data il cielo come un dono, senza che io la chiedessi o la scegliessi. E così come la vipera non merita d’essere incolpata per il veleno per il veleno che ha, benché con esso uccida, perché è la natura che gliel’ha dato, nemmeno io merito d’essere rimproverata perché son bella; perché la bellezza in una donna onesta è come il fuoco che sta da parte o come la spada affilata: che l’uno non brucia e l’altra non taglia chi non le si accosta. L’onore e le virtù sono ornamenti dell’anima, senza dei quali il corpo, quantunque lo sia, non deve sembrar bello. Se quindi l’onestà è una delle virtù che più adornano e abbelliscono tanto il corpo che l’anima, perché la deve perdere colei che è amata perché bella, per corrispondere alle intenzioni di chi,  per il solo piacere, con tutte le sue forze e la sua astuzia fa di tutto per fargliela perdere? Io nacqui libera, e per poter vivere libera ho scelto la solitudine dei campi: gli alberi di questa montagna sono la mia compagnia; le chiare acque di questi ruscelli sono i miei specchi; agli alberi e alle acque comunico i miei pensieri e la mia bellezza. Sono un fuoco che sta da parte, una spada tolta di mezzo. Coloro che ho innamorato con il mio aspetto, li ho disingannati con le parole; e se i desideri si alimentano di speranze, non avendone io dato nessuna a Crisostomo, o ad altri, e a nessuno, a nessuno di tutti quanti! Si può ben dire che chi l’ha ucciso non è stata la mia crudeltà, ma la caparbietà sua. E se mi si rinfaccia che le sue intenzioni erano oneste, e che perciò io ero tenuta a corrisponderle, dico che proprio in questo luogo in cui ora si scava la sua sepoltura, quando egli mi rivelò le sue buone intenzioni, gli dissi che la mia era di vivere in perpetua solitudine, e che soltanto la terra godesse il frutto della mia purezza e le spoglie della mia bellezza; e se lui, nonostante questa disillusione, volle insistere contro la speranza e navigare contro il vento, che c’è di strano che sia annegato in mezzo al golfo della sua imprudenza? Se io l’avessi incoraggiato, sarei stata falsa; se l’avessi accontentato, avrei agito contro la mia coscienza, e contro i mie propositi. Lo disilluso e insistette, non lo odiavo e si disperò: vi pare che sia logico, dite, che mi si dia la colpa della sua pena? Si lagni chi è stato ingannato; si disperi chi fu deluso nelle incoraggiate speranze; creda in me quegli che io avrò chiamato; si vanti colui che avrò accettato; ma non mi chiami crudele, non mi chiami omicida colui che non incoraggio, che non inganno, che non chiamo e che non accetto. […] Chi mi chiama belva e serpente, mi lasci andare come cosa dannosa e cattiva; chi mi chiama ingrata, non mi corteggi; chi sconoscente, faccia a meno di conoscermi; chi crudele, non mi segua; perché questa belva, questo serpente, questa ingrata, questa crudele e questa sconoscente, non va in cerca di nessuno, e non corteggerà, non  vorrà conoscere e non seguirà nessuno nel modo più assoluto. Se Crisostomo fu ucciso dalla sua impazienza e dal suo smodato desiderio, perché deve darsene la colpa alla mia onesta condotta e alla mia serietà? Se in compagnia degli alberi io vivo serbando intatta la mia purezza, perché deve volere che io la perda chi mi vuole in compagnia degli uomini? Io, come sapete, ho i miei beni e non desidero gli altrui; sono indipendente, e non mi piace assoggettarmi ; non amo e non odio nessuno; non inganno questo e non vado in cerca di quello; non mi burlo di uno e non mi diverto con l’altro. Gli onesti discorsi con le pastore di questi villaggi e la cura delle mie capre bastano a distrarmi. Le mie ambizioni hanno per confine questi monti, e se escono di qui, è per contemplare la bellezza del cielo, che è l’itinerario per cui si incammina l’anima alla sua dimora.

  E così dicendo, senza voler sentire nessuna risposta, voltò le spalle e se ne andò per un folto d’un bosco ch’era lì presso, lasciando stupefatti quanti si trovavano lì. Tanto per la sua intelligenza che per la sua bellezza. E alcuni (fra quelli che erano feriti dalle formidabili frecce saettate dai suoi occhi) diedero mostra di volerla seguire, non essendo valso a nulla l’esplicito scoraggiamento che avevano udito. Vedendo ciò don Chisciotte, e sembrandogli che li fosse il caso di mettere in atto la sua cavalleria soccorrendo donzelle in difficoltà, posta la mano sull’impugnatura della spada, disse con alte e scandite parole: – Nessuna persona, di qualsivoglia stato  e condizione sia, osi  seguire la bella Marcella, sotto pena di incorrere nel mio fierissimo sdegno. Essa con chiari e validi argomenti ha dimostrato la poca o nessuna colpa che ha avuto nella morte di Crisostomo, e quanto aliena essa viva dall’accondiscendere  ai desideri di qualunque dei suoi innamorati; per qual motivo  è giusto che invece d’esser seguita e importunata, sia onorata e stimata da tutti buoni del mondo, poiché dimostra d’esser la sola che viva in esso con così pura intenzione.

  […] Chiusero la sepoltura con un gran masso, finchè non si fosse approntata una lapide che, a quanto disse, Ambrogio aveva intenzione di fare, con un epitaffio che doveva dire così:     Fredda e misera, è sepolta / qui la salma d’un pastore: /un non corrisposto amore / lo ridusse a questa svolta. / Chi l’uccise fu il rigore /d’una bella schiava e ingrata: /così il regno suo dilata / quel tiranno ch’è l’Amore.

 MIGUEL DE CERVANTES - DON CHISCIOTTE DELLA MANCIA prima parte – Capitolo XIV. Giulio Enaudi 1994

 
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domenica 28 aprile 2013

CRITICA DELLA FILOSOFIA DI B. CROCE E SVILUPPO DEL MARXISMO IN ITALIA.

GRAMSCI.
LA RIVOLUZIONE ITALIANA
Introduzione e cura di Dino Ferreri.
NEWTON COMPTON EDITORI 1976
                                                                                                   

 
Si può dire, tuttavia, che nella concezione del Croce, pur dopo l’elaborazione subita in questi ultimi anni, non ci sia più traccia di filosofia della praxis? Lo storicismo del Croce non risente proprio più nessun influsso della sua esperienza intellettuale degli anni dal ’90 al ‘900? La posizione del Croce per questo riguardo risulta da vari scritti; interessanti specialmente la prefazione del 1917 alla nuova edizione del Materialismo storico, la sezione dedicata al materialismo storico nella Storia della Storiografia italiana nel secolo XIX  e il Contributo alla critica di me stesso. Ma se interessa ciò che il Croce pensa di se stesso, esso non è sufficiente e non esaurisce la questione. Secondo il Croce, la sua posizione verso la filosofia della praxis sia diventata un momento di una concezione più elaborata, ma il valore dell’esperienza sarebbe stato solo negativo, nel senso che avrebbe contribuito a distruggere pregiudizi, residui passionali ecc.. Per impiegare una metafora presa dal linguaggio della fisica, la filosofia della praxis avrebbe operato nella mentalità del Croce come un corpo catalitico, che è necessario per ottenere il nuovo prodotto, ma di cui non rimane traccia nel prodotto stesso. Ma è poi ciò vero? A me pare che sotto la forma e il linguaggio speculativo sia possibile rintracciare più di un elemento della filosofia della praxis nella concezione del Croce. Si potrebbe forse dire di più e questa ricerca sarebbe di immenso significato storico e intellettuale nell’epoca presente e cioè: che come la filosofia della praxis è stata la tradizione dell’hegelismo in linguaggio storiciostico, così la filosofia del Croce è in misura notevolissima una ritraduzione in linguaggio speculativo dello storicismo realistico della filosofia della praxis. Nel febbraio 1917 in un breve corsivo che precedeva la riproduzione dello scritto del Croce Religione e serenità (cfr. Etica e Politica, pp.23-25) allora uscito di recente nella «Critica» io scrissi che come l’hegelismo era stato la premessa della filosofia della praxis nel secolo XIX, alle origini della civiltà contemporanea, così la filosofia crociana poteva essere la premessa di una ripresa della filosofia della praxis nei giorni nostri, per le nostre generazioni. La questione era appena accennata, in una forma certo primitiva e certissimamente inadeguata, poiché in quel tempo il concetto di unità di teoria e pratica, di filosofia e politica non era chiaro in me ed io ero tendenzialmente piuttosto crociano. Ma ora, sia pure non colla maturità e la capacità che all’assunto sarebbero necessarie, mi pare che la posizione sia da riprendere, e da presentare in forma criticamente più elaborata. E cioè: occorre rifare per la concezione filosofica del Croce la stessa riduzione che i primi teorici della filosofia  della praxis hanno fatto per la concezione hegeliana. È questo il solo modo storicamente fecondo  di determinare una ripresa adeguata della filosofia della praxis, di sollevare questa concezione che si è venuta, per la necessità della vita pratica immediata, «volgarizzando», all’altezza che deve raggiungere per la soluzione dei compiti più complessi che lo svolgimento attuale della lotta propone, cioè alla creazione di una nuova cultura integrale, che abbia i caratteri di massa della Riforma protestante e dell’illuminismo francese e abbia i caratteri di classicità della cultura greca e del Rinascimento italiano, una cultura che riprendendo le parole del Carducci sintetizzi Massimiliano Robespierre ed Emanuele Kant, la politica e la filosofia in una unità dialettica intrinseca ad un gruppo sociale non solo francese o tedesco, ma europeo e mondiale. Bisogna che l’eredità della filosofia classica tedesca sia non solo inventariata, ma fatta ridiventare vita operante, e per ciò occorre fare i conti con la filosofia del Croce, cioè per noi italiani essere eredi della filosofia classica tedesca, significa essere eredi della filosofia crociana, che rappresenta il momento mondiale moderno della filosofia classica tedesca.

 
 
Il Croce combatte con troppo accanimento la filosofia della praxis e nella sua lotta ricorre ad alleati paradossali, come il mediocrissimo De Man. Questo accanimento è sospetto, può rilevarsi un alibi per negare una resa dei conti. Occorre invece venire a questa resa di conti, nel modo più ampio e approfondito possibile. Un lavoro di tal genere, un Anti-Croce che nell’atmosfera culturale moderna potesse avere il significato  e l’importanza che ha avuto l’Anti-Dϋhring per la generazione precedente la guerra mondiale, varrebbe la pena che un intero gruppo di uomini ci dedicasse dieci anni di attività.
  Nota I. Le tracce della filosofia della praxis possono trovarsi specialmente nella soluzione che il Croce ha dato di problemi particolari. Un esempio tipico mi pare la dottrina dell’origine pratica dell’errore. In genere si può dire che la polemica contro la filosofia dell’atto puro di Giovanni Gentile ha costretto il Croce a un maggior realismo e a provare un certo fastidio e insofferenza almeno per le esagerazioni del linguaggio speculativo, divenuto gergo e «apriti, sesamo» dei minori fraticelli attualisti.
   Nota II. Ma la filosofia del Croce non può essere tuttavia esaminata indipendentemente da quella di Gentile. Un Anti-Croce  deve essere anche un Anti-Gentile; l’attualismo gentiliano darà gli effetti di chiaroscuro nel quadro che sono necessari per un maggior rilievo.
 
Il pensiero di Gramsci ha toccato terre lontane, dal Tibet al Brasile, ed è ancora seme fertile per studiosi e operatori culturali di formazione molto diversa tra loro. È l’esempio di un intellettuale che cercò di fecondare la società italiana, una società dal terreno inaridito da un sistema di potere che è perdurato nel tempo, pur nelle sue forme trasformistiche, un potere che considera la cultura un “fastidio” o una cena di gala. Un sistema di potere che lo stesso Gramsci nel febbraio 1920 con un articolo sull’Avanti definiva così (pubblicato, senza firma, nell’edizione piemontese dell’Avanti dal titolo  IL POTERE IN ITALIA ): I cambi sono disastrosi, l’autorità dello Stato (borghese) va a pezzi, gli appetiti perversi  e le passioni faziose non conoscono più limiti: bisogna salvare l’Italia, bisogna salvare la collettività, bisogna salvare il popolo che è notoriamente superiore alle categorie, ai ceti, ai partiti, alle classi.             
    La «Stampa» batte angosciosamente campana a martello. Lo scrittore dei suoi editoriali, di solito malinconico con sfumature di sublime tenerezza, è diventato lugubre perdutamente. Egli ha dimenticato il saggio avvertimento che dalle stesse colonne della «Stampa» Bergeret impartì alla scempia improntitudine dei giornalisti antibolscevichi: « Di grazia, non fate venire i vermi ai bambini e ai pizzicagnoli!»; lo scrittore batte campana a martello per impressionare la classe operaia, per far venire i vermi ai proletari; è persuaso che gli operai non siano spiritualmente superiori al livello dei droghieri e dei bambini e crede di poterli convincere a inginocchiarsi umilmente ai piedi del Salvatore: Giovanni Giolitti, martello dei nuovi ricchi, della massoneria e del fascio.                                              
    Quando un piccolo-borghese, agente intellettuale del capitalismo, da malinconico diventa lugubre, gli è che il suo borsellino non è più sicuro nemmeno tra i materassi. Allora il piccolo-borghese si rabbuffa come un gufo sull’architrave della porta di casa, stride sconsolatamente e pare gema: cittadini, è inutile sfondare l’uscio, poiché nel letto di casa marcisce soltanto un mucchietto di putredine cadaverica.
mm.
 
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sabato 13 aprile 2013

CHI HA "SPENTO" L'ARTISTA ?

 
 
       Da tempo la morte dell’arte è uno spettro che si aggira per tutto l’Occidente. Artisti e filosofi continuano a decretare morte e resurrezione della stessa. La sentenza più nota fu quella di Hegel alla fine del Settecento. Con la Rivoluzione russa gli artisti che facevano capo a Tatlin e Rodčenko decretano la morte dell’arte, si definiscono costruttivisti e contrappongono all’arte come rappresentazione l’arte come costruzione. Arthur C. Danto, ultimo in senso anagrafico tra i più autorevoli filosofi dell’arte, ha scritto un saggio dal titolo Dopo la fine dell’arte. L’arte contemporanea e il confine della storia, 2008 Mondadori.

   Tra Hegel e Danto ci fu un grande storico dell’arte, il viennese Gombrich autore del testo, La storia dell’arte raccontata da E.H. Gombrich, Einaudi 1966, nella cui prefazione dice: «Non esiste in realtà una cosa chiamata arte. Esistono solo gli artisti». In realtà, come disse lo stesso Gombrich in un libro-intervista (Didier Eribon Ernest H. Gombrich Il linguaggio delle immagini Enaudi 1994) egli mutuò la formula da Schlosser. «In un saggio dal titolo “Storia dello stile e storia del linguaggio”, Schlosser pone questo problema: L’arte, in quanto tale, ha una storia? E poiché era influenzato da Benedetto Croce, di cui traduceva i libri, riteneva che ogni opera d’arte fosse, in qualche modo, una creazione spontanea. Ogni poesia rappresenta una realtà autonoma e ogni quadro un’ “isola”. In questo contesto accenna a “un critico che, polemizzando con lo psicologo Lipps, ha detto che l’arte non esiste, ma esistono solo gli artisti”. Ma questo critico, aggiunge, “non sapeva che questo era già stato sostenuto nel 1842 da un certo Meyer”. L’ idea che sta sotto questa dichiarazione è l’idea nominalista, secondo cui l’arte è una categoria creata da noi, e alla parola “arte” si possono attribuire significati diversi».

    È noto che nel passato il concetto di “arte” ha espresso significati diversi, che non hanno nulla a che fare con il senso dell’ “arte” accettato oggi da noi. Oggi (anni ’80) : «Di fatto, noi attribuiamo due significati alla parola “arte”. Se si dice “l’arte dei bambini” o “l’arte dei malati di mente”, non si intende parlare di grandi opere d’arte, ma semplicemente di pittura o di creazione di immagini. Viceversa, se si afferma “questa è una opera d’arte” oppure “Cartier-Bresson è un grande artista”, si esprime un giudizio di valore. Sono cose completamente diverse, ma poiché le nostre categorie sono un po’ imprecise, vengono spesso sovrapposte. Ho quindi pensato fosse meglio avvertire subito il lettore che non avrei iniziato con una definizione, sia perché siamo noi che creiamo le definizioni, sia perché non esiste un’essenza dell’arte: siamo noi che stabiliamo quello che vogliamo o non vogliamo chiamare “arte”. 

    Forse è ora di abbandonare la tradizione aristotelica che assegna alle cose un’essenza, la fiducia che nelle cose si celi la sostanza. Ogni parola ha possibili  significati diversi a seconda dell’attribuzione data. «Quello che esiste è solo la creazione di immagini. Ma domandarsi se l’architettura, la fotografia o la tessitura di tappeti siano arti, mi sembra solo una perdita di tempo. In tedesco, la parola Kunst, comprende l’architettura. Non in inglese. [..] Ogni concetto ha un’estensione diversa a seconda dei paesi in cui è utilizzato.

    La definizione che si dà oggi alle arti dell’immagine è “arte visiva”; questa espressione patacca non mi è mai piaciuta, la trovo evasiva, generica, povera. Incapace di definire, al limite del vuoto. Anche la parola, quindi, non può o non  è capace di dar luce alle “arti” d’oggi. Di contro, questa vuota formuletta, sembra assumere ed essere simbolo di ciò che sto sostenendo. L’arte è come un corpo senza organi. Senz’ arte come mente, senz’arte come spirito, senz’arte come anima! Se l’artista è colui che infonde all’arte mente, spirito e anima, l’arte ha necessità di essere ri-conosciuta, dentro e fuori dal suo ambiente, da un pubblico capace di vedere.  L’artista e la società tutta oggi sembrano non credere più all’arte, ma all’oggetto, alla “cosa-spettacolo”. L’oggetto non può che essere oggetto-materia di un mondo eminentemente mediatico, fragile, desertificante, che provoca una insensibilità di massa, dove non vi è più distinzione tra “bello e brutto”, “bene e male”, “vero e falso”, conoscibile e ri-conoscibile. Siamo tutti artisti senza arte, tutti uguali, senza unicità, senza volto e solo figuranti, sudditi del potere. Il potere, è assodato, è soprattutto economico. Alla luce di quanto detto pare che ci siamo (o ci hanno ?) spenti tutti, autosospesi per stanchezza, per sfinimento. Ma è l’artista in primis a “morire” per aver perso il contatto con quell’”angelo necessario” di rilkiana memoria. L’artista come il “pubblico” hanno rinunciato al conoscere, al com-prendere. 

   L’artista si è spento per sua manifesta incapacità di competere con il mondo della tecnica, con il sistema capitalistico, con lo strapotere mediatico; ci sono casi in cui l’artista ha usato il palcoscenico mediatico, ma dentro il sistema, per il sistema, facendosi a sua volta inevitabilmente fagocitare. L’artista, per definizione, per sua natura è contro il sistema, quale esso sia, compreso quello dell’arte, della sua arte. È un destino dannato, faticoso, ma, o così o si muore.

 mm.



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mercoledì 3 aprile 2013

POLITICA


Tempi caotici (a dir poco)! Antipolitica, politica dall’alto, politica dal basso: politica del centro, di destra, di sinistra: sinistra?!  Anti politici, anti populisti e anti populismi. Al popolo, per il popolo, dal popolo. In Parlamento molti poco “onorevoli”, altri non lo saranno perché vogliono essere cittadini senza l’Onorevole! Parole, linguaggi violenti, sotterfugi linguistici. Immagini e linguaggi deformanti che rendono impossibile percepire il senso della realtà e della storia. Tutti contro tutti. Tutti accolti nel teatro dell’immagin(e)-azione dove si confonde il re con il suddito. Su questo strano palcoscenico salgono i comici che fanno politica, politici che fanno i comici, i ballerini, i cantanti, i ladroni e chi più ne ha, più ne metta, come diceva sempre mia nonna. Una confusione pazzesca! Pazzesca sì, ma non c’è tanto da ridere! Tutto sembra politica e niente lo è. Tutto appare come una commedia, ma potrebbe essere, o tramutarsi in farsa sinistra. I media, strumento del potere, fabbricano personaggi senza tempo e tutti credono di poterlo diventare, perché questa è la promessa del potere: ti faccio mito. Pensiamo di partecipare agli eventi del mondo, ci fanno credere di esserne parte, mentre c’è una vuota argomentazione politica e un indebolimento della democrazia; nel frattempo, la vita vera non trova una sua narrazione.

Pur in questo caos si coglie un’ inversione di tendenza, un ritorno all’impegno sociale e un desiderio di partecipazione per un destino di condivisione della cosa pubblica, come ad esempio le lotte per l’acqua: un bene primario che ha in sé la forza simbolica della vita. In tutto il mondo Occidentale, sotto l’insegna di “Occupy Wall Street”, gruppi di persone, soprattutto giovani, si organizzano in forme di protesta reclamando giustizia. Sembra però che questo non abbia sufficiente forza per incidere. In Italia i “Cittadini” italiani sono arrivati in Parlamento con gli insulti gridati di un comico e le strategie di un personaggio “ombra”, guru della comunicazione-immagine telematica.  Ed ora? «Come corpi, soffriamo e resistiamo (Judith Butler filosofa post-struttutralista statunitense)».

  Il filosofo Emanuele Severino, nel suo ultimo libro, Capitalismo senza futuro (Rizzoli editore, 2012), spiega che «l’attuale crisi economica non può essere risolta attraverso un semplice rinnovamento della classe dirigente». Ancora nel 1979 scrisse  che «La tecnica sta distruggendo ogni forma tradizionale di civiltà, cristiana, borghese, marxista e quindi anche ogni forma tradizionale di conoscenza».
Un altro grande filosofo italiano,
Nicola Abbagnano, vede nelle due opere politiche più complesse di J.Habermas: Teoria dell’agire comunicativo, e Conoscenza e interesse, il concetto fondamentale del rapporto tra la conoscenza e l’interesse          
« Habermas  elabora, all’interno di una società condizionata da un agire strumentale, interessi cognitivi-emancipativi nella prospettiva di una esigenza di liberazione. La conoscenza per Habermas si fonda sul linguaggio che non è un’entità neutrale, indipendente dai fatti, ma è uno strumento di dominio e di potere sociale, è cioè un’entità ideologica. Con la diffusione dello Stato del benessere, sostiene il filosofo tedesco, viene meno lo scontro sociale, ma aumentano la spoliticizzazione dei cittadini e un modello di vita basato sul privato. [..] Alla diffusione di questo modello contribuiscono i mass media  che impongono un mondo dominato dalle merci e dal denaro. In un siffatto mondo il rapporto con gli altri avviene per lo più attraverso un agire strumentale, cioè un agire che si serve degli altri per raggiungere determinati fini. Un modo per uscire da questa situazione è per Habermas l’agire comunicativo, cioè un modo di rapportarsi con gli altri che abbia come scopo il comprendere le persone, non l’usarle. Attraverso l’agire comunicativo Habermas vuole proporre una rifondazione etica della politica».  

Conoscenza e Comunicazione, dunque, per recuperare democrazia.



 
Jean-Michel Basquiat
Prometheus Bound, 1983.
 
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lunedì 1 aprile 2013

SCIOPERO – OCCUPY – GENERALE.


Gayatri Chakravorty Spivak, filosofa statunitense di origine bengalese.

La nuova subalternizzazione

Quando una intera forza lavoro di una città incrocia le braccia e si rifiuta di riprendere il lavoro finché certe richieste non siano soddisfatte, quello è lo sciopero generale. L’idea nasce con gli anarchici.

 
A riscrivere lo sciopero fu Rosa Luxsemburg, rivoluzionaria polacca uccisa dalle truppe reazionarie tedesche.
 
 
 
[…] Il Mahatma Gandhi (1869 – 1948) ancora una volta riscrisse lo sciopero generale e sollecitò i popoli colonizzati ad adottarlo, indipendentemente dalla classe sociale. Così lo sciopero, che nasce nel movimento operaio, è diventato un misto tra disobbedienza civile e boicottaggio politico. Gandhi lo definiva uno sviluppo di pensiero “non-cooperativo”.
 

 
Oggi, la forza lavoro globale è profondamente divisa perché la globalizzazione opera attraverso un sistema finanziario – commerciando valute asimmetriche, diseguali – che ha poco a che fare con i lavoratori. La divisione della forza lavoro è la ragione per cui è di nuovo ora di proclamare lo sciopero generale. È già stato invocato da coloro che sono stati privati dei diritti civili sui quali, in uno Stato socialmente giusto, il cittadino dovrebbe poter contare. L’avidità delle aziende porta a espropri all’infinito, a piani di salvataggio delle banche – si fa di tutto per quel 1% contro il 99%! – all’azzeramento della sanità pubblica, all’aziendalizzazione dell’istruzione a tutti i livelli; porta all’aumento delle richieste di prestiti da parte degli studenti, alla distruzione della professione di insegnante, all’aziendalizzazione di ogni aspetto della vita – dall’agricoltura allo sport – e l’elenco potrebbe continuare. Il mondo del lavoro, in quanto collettività di cittadini deprivati dei diritti civili, piuttosto che come principale forza in movimento, ha oggi la possibilità di unirsi proprio nella ridefinizione dello sciopero generale.

 
Antonio Gramsci (1891 – 1937 ) aveva definito subalterni tutti coloro che non hanno accesso al welfare, tutti coloro che non hanno alcun ruolo nello Stato. I subalterni erano i più poveri tra i poveri. Oggi anche questo è stato riscritto. Ciò a cui stiamo assistendo è la subalternizzazione della classe media – la fetta più grande di quel 99%. Lo sciopero generale, così come Du Bois e Gandi lo aveva pensato, sta diventando un simbolo potente che trascende la vecchia lotta tra lavoratori e padroni.

1)     Lo sciopero generale è fatto da coloro che soffrono quotidianamente l’ingiustizia, non da ideologi moralmente indignati.

2)     È per definizione non violento ( è per questo che Gandhi lo sosteneva), anche se gli apparati repressivi degli Stati hanno usato grande violenza contro gli scioperanti.

3)     Lo sciopero generale si costituisce intorno a ricchezze focalizzate su riforme o riscritture di leggi: il numero delle ore della giornata lavorativa per gli operai russi; XIV e il XV emendamento per gli ex schiavi; una struttura giuridica decolonizzata  per Gandhi. Ma la lista può estendersi alla richiesta di leggi che vietino il salvataggio delle banche, a quel che impongono il controllo legale in materia fiscale – tassare i ricchi –  , alla de-aziendalizzazione dell’istruzione, all’innalzamento dei sussidi agricoli, al cambiamento delle leggi elettorali per cui non solo i ricchi concorrono ( diritto al Paesaggio: ambiente, acqua, aria, terra, cultura cibo-salute. mia aggiunta ) –  dove fermarsi?

     Se si riconosce il legame tra lo sciopero generale e il Diritto, ci si rende conto che qui non si tratta di riformismo giuridico , ma di volontà di giustizia sociale ed economica . La forte domanda di cambiamento o di miglioramento a livello giuridico è un’istanza di giustizia. È il diritto a una rivoluzione civile permanente attraverso lo sciopero generale.

Tratto dal saggio di Gayatri Chakravorty Spivak, pubblicato nel 2011 da Lettera internazionale e tradotto da Biancamaria Bruno.
 
                                                                                                       
 
 
 
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domenica 24 marzo 2013

TEMPO LENTO




Sul filo del post precedente “ il mio tempo, la mia libertà”,  cammino lungo la strada del mio tempo  con il  “tempo lento”.
Il mio amico Paolo – noto alpinista e scrittore di montagna – quando andiamo in giro per le montagne, usa ripetere sempre una frase, in cui mi trovo perfettamente: «andiamo a fare due passi himalayani?»  Per chi non coglie l’ironico significato, vuole dire una camminata lenta.  L’altitudine delle vette himalayane costringe ad un passo lento, molto lento,  anche per chi è giovane e allenato. La tua natura è costretta a sottostare alle leggi della fisica e della chimica.  Anche il giovanottone, che nelle nostre Dolomiti spara a raffica un passo possente dopo l’altro, è costretto umilmente a stare al gioco delle forze. Noi (Paolo ed io ), che abbiamo perso il giovane e anche l’ottone, ma abbiamo acquistato ruggine e saggezza, preferiamo il passo himalayano anche andando al bar per un bicchiere di rosso, consumato lentamente, inzuppando parole e racconti. 
Il modello economico, civile e culturale – per altro tremendamente in crisi – in cui ci troviamo,  obbliga a correre, ad uscire dal proprio tempo e correre nel tempo dettato da altri. E questa sembra essere un'unica modalità di vita.  Con-correnza.  Ma la corsa, la velocità distruggono forme ed esperienze fondamentali per l’uomo: l’amore e l’amicizia, che solo il tempo lento può coltivare e farti godere. Il lavoro sapiente, lento e preciso della mano. Mangiare lentamente è una “perdita di tempo”!?  Meglio il fast food  triste e solitario?  La corsa deforma l’esperienza e fa sì che si perda. Il sapere e la riflessione hanno bisogno di tempo lento e costante. Certo, la velocità ha i suoi vantaggi: amplia alcune facoltà, ma ne espelle definitivamente altre. Ciò che trovo  pericoloso non è la velocità in sé, ma la sua dottrina,la fede cieca e incrollabile al sistema.  Come il  giovanottone si adegua all’Himalaya e noi (Paolo ed io ) all’età, anche la civiltà dovrebbe trovare la “verità” dei valori, non il valore assoluto, unico, al quale sei costretto ad aderire: pena la l’emarginazione. Elogiare la lentezza appare, a chi professa il modernismo,  come un retro-guardare un tempo storico morto; mentre invece, chi sostiene l’assioma  della velocità-progresso, non tiene conto del fatto che preclude a priori un possibile-altro. E poi: non mi piacciono gli assolutismi, i pensieri unici. Viva il caffè veloce al bancone, viva la pipa lenta. Io comunque preferisco  il caffè lento, magari  in un caffè di Trieste o di Vienna, al tempo di una dodecafonia schöenberghiana.
                                                                                                                      mm



 


 



 

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martedì 19 marzo 2013

IL MIO TEMPO, LA MIA LIBERTA’

 
 

IL MIO TEMPO, LA MIA LIBERTA’

Il tempo: il tempooo, iltempoiltempoiltempo…..(sospensione): un valzer moderato. Ma con il passare del tempo, ha acquistato una precisa coscienza politica, è diventato un valzer decisamente di sinistra!  Questo recitava Francesco Guccini in quella canzone burla dei fichi.

Ma quanti tempi ci sono? Certamente il riferimento più usato è quel tempo strutturato e scandito dall’orologio: non importa se non è perfettamente sincronizzato con l’Istituto Galileo  Ferraris di Torino, minuto più, minuto meno ti segna le giornate, i mesi, gli anni, le ore, i minuti, i secondi; scandisce, segna, determina un appuntamento, un incontro, regola la nostra vita lavorativa e affettiva. Banale? Non tanto.

Aspetta un minuto, vengo subito (ma che vorrà dire? 10 minuti, mezz’ora…  Quanto sarà? Ti dici fra te e te). Si dice anche: ci troviamo lì tra tre quarti d’ora, accompagnando l’affermazione perentoria con il gesto del dito battuto sull’orologio per rafforzare la puntualità (questo ti rassicura, ma dopo un po’ lo scetticismo incomincia a logorare la fiducia e l’inquietudine ti assale, perché sai che in Italia il tempo è molto relativo). Con il tempo si stabiliscono rapporti, e si tende a dare più o meno importanza all’ora data, a seconda delle situazioni e delle persone a cui ci si rivolge e a quanto quelle persone interessano. Classico il primo appuntamento con la ragazza a cui si fa la corte. Tu arrivi ore prima, lei ore dopo. Questo però sta nel gioco delle parti, e quante balle ci raccontiamo!

A volte il tempo dell’altro viene usato come strategia per raggiungere uno scopo, senza considerare che il tempo è un bene prezioso; e qui non intendo il bene nel senso de « il tempo è denaro» o dell’altro detto «chi ha tempo non aspetti tempo», ma nel senso intimo del tempo: avere e dare tempo è un dono che ha che fare con il senso di libertà. Stare nel proprio tempo, con il proprio tempo, è godere di libertà. Dedicare tempo a qualcuno o togliere tempo a qualcuno, come appare ovvio, non è la stessa cosa. Togliere tempo è un po’ come togliere libertà.

Qualcuno gode nell’abusare del tempo degli altri. E il caso di funzionari e/o impiegati pubblici, detentori momentanei di miserevoli poteri, o semplicemente persone che per un caso, una circostanza, possono esercitare un potere su di te: ecco che lo strumento del ti faccio perder tempo, ti rubo tempo diventa la loro vendetta.

A “che tempo che fa” (sembra fatto apposta, ancora il tempo), Filippa Lagerbäck, donna bellissima e raffinata, che conduce con Fazio la trasmissione omonima, una sera  racconta che in Svezia, suo paese natale, quando si invitano degli ospiti a cena, per il tè o per qualsiasi altro appuntamento, si da loro un orario scaglionato per ognuno, in modo tale che non si verifichi alcun disagio nell’accoglienza. Gli ospiti a loro volta, se arrivano in anticipo, come sempre accade, attendono fuori della porta finché, giunta l’ora stabilita, e solo allora, bussano per annunciare il loro arrivo. Grande rispetto del tempo altrui. Tra noi e loro, in fatto di rispetto civico c’è un abisso, è cosa nota!

A volte accadimenti e fatti imprevisti rubano tempo, ai quali però ti devi adattare  concedendoti  al tempo. Perché si sa, per quanto tuo, una parte del tempo devi condividerlo con gli altri, i quali a loro volta dovrebbero disporre del proprio tenendo presente il prezioso tempo altrui. L’intreccio di relazioni, che il vivere comporta, passa attraverso il rispetto del tempo (libertà) altrui.

Per quanto mi riguarda, non c’è niente, più del tempo rubato che mi faccia arrabbiare. Deturpate, sfruttare, rubate il mio tempo e sarete miei nemici.
                                                                                 mm           
 
 
 
 
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                                                                                                   mm
 
 
 
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